Bologna. E’ tutta ancora colpa dei Menarini


BOLOGNA, 1 DIC. 2010 – Sarebbe un avvenimento di primaria importanza da molti punti di vista. Un Cesena-Bologna in A non si gioca da quasi vent’anni e si comprende l’attenzione e i contorni che sarebbe capace di suscitare. Invece no. Per meglio dire, non sarà tutto questo, un derby che ritorna al massimo livello, ma sarà, per Bologna e i bolognesi, una stazione del calvario sportivo che hanno davanti. Inoltre ci si è messo pure il Ministero degli Interni: bolognesi a Cesena solo se hanno la tessera del tifoso, un altro modo per ferire a morte il calcio dal vivo, proseguendo nell’opera di demolizione che vede l’on. Maroni in prima fila. Ma non giriamo attorno al problema. Forma e sostanza di questa partita cambiano radicalmente perché il Bologna è in una profondissima crisi economica. Incombono rischi di pesanti penalizzazioni, di fallimento societario non disgiunto da retrocessione o da condanne ancora peggiori, a seconda della realtà che di qui a pochi mesi si concretizzerà. Ovviamente tutto questo influisce sul piano tecnico, laddove poi il livello non è certo eccezionale. Vorremmo rifare un po’ il controcanto ad alcuni temi che tengono banco in questo periodo. Iniziando proprio da chi scrive qui. Si era dato credito a Sergio Porcedda che aveva preso il timone in mano la scorsa estate. Ci si è clamorosamente sbagliati, va detto apertamente. Ma chi poteva pensare che un uomo d’affari navigato mettesse a repentaglio credito e patrimonio per una squadra di calcio lontano da casa. Che non sapesse fare di conto al punto che in questi sei mesi non è stato in grado di onorare la pur minima scadenza? Chi poteva pensare che i Menarini, descritti sempre come avveduti e prudenti seppure non da noi, avessero venduto una sorta di giocattolo che comporta un giro di 40-50 milioni annui senza garantirsi per loro e, soprattutto senza garantirsi per la città, gli sportivi e l’immagine complessiva dell’operazione? Purtroppo così è stato, contrariamente alle ipotesi di minima ragionevolezza che avevamo sposate. Motivo per cui pensiamo che la responsabilità vera dei guai rossoblu sia dei Menarini, padre e figli, che hanno messo veramente all’angolo il Bologna, in una situazione economica e tecnica di estrema gravità. Non è una grande consolazione indicare così i responsabili ma, in una vicenda nella quale le dietrologie si sprecano ed aumentano giorno per giorno, almeno c’è un punto di chiarezza all’origine del disastro. Ma non ci si può fermare qui. Ora, a due settimane dallo scoppio della crisi, è tutta Bologna e la sua provincia, il mondo dell’economia e dell’impresa, la classe dirigente nel suo complesso che è chiamata in causa ma che dimostra di non brillare affatto. Ci sono tentativi e sforzi in atto per rimediare in qualche modo. Ma quello che non si vede è un impegno, una spinta, una voglia da classe dirigente, lo ripetiamo, che abbia la capacità di fermare il precipitare della squadra e della società. A questo punto non sappiamo nemmeno se sia mancanza di capacità o di voglia. E’ certo , invece, che tutti gli appartenenti ai poteri della città e della provincia non potranno più parlare di declino e di degrado se, quando è ora di dare una mano decisiva, si fanno di nebbia o volano ai Caraibi.Allo stesso modo anche la stampa locale appare defilata sul piano delle soluzioni. Certo le colonne scritte sono mille e mille. Chi tifa per questo o per quello. Chi si nasconde o chi avanza imperterrito a bombardare i lettori facendo di ogni erba un fascio. Ma non si crea la campagna, non si batte il tasto della sensibilità, della necessità di invertire la rotta subito, non si grida quotidianamente per raccogliere in squadra i volonterosi. Cosa costerebbe al Carlino tutto ciò? Nulla. Lanciare simile campagna avrebbe anzi effetti molto positivi per l’editore ed il gruppo. Ma ciò non avviene e non sappiamo dire perché. Oppure ci si deve limitare a confrontare il livello qualitativo dei protagonisti di oggi con quello del 1964, l’anno delle accuse di doping al Bologna di Bernardini, combattute alla morte con una impareggiabile campagna di stampa, condotta anche dall’allora direttore Giovanni Spadolini. Certo se guardiamo i due livelli, si vede subito la differenza. Ma la mancanza di una iniziativa determinata e veramente forte sarà, crediamo, un’ombra che rimarrà nel futuro. Solo i tifosi della curva si salvano. E infatti non sono classe dirigente. Hanno dato calore ed affetto domenica scorsa sotto la neve ai giocatori che non posso non essere turbati dagli avvenimenti. Vanno lodati incondizionatamente. Per ora sono soli alle voci entrate di questa squallida vicenda. Ma ci si continua a chiedere come e perché la capitale di una regione seconda in Italia per reddito nella classifica europea non sappia trovare i mezzi di reagire alle sfortunate giornate della sua squadra di maggior prestigio. E’ del resto un libro aperto da tempo. Il Bologna è in altalena da 20 anni e più. La Virtus è stata presa per i capelli e salvata da un indemoniato Claudio Sabattini. La Fortitudo è naufragata in un mare di debiti dopo anni di travagliata esistenza. Non dite che siamo retorici: ma che razza di classe dirigente è questa?

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