Bologna alle prese con la crisi che durerà


BOLOGNA, 19 OTT. 2009 – Per favore, non parlategli di ripresa. Cesare Melloni, il segretario della Camera del Lavoro Metropolitana di Bologna, è piuttosto pessimista al riguardo ed è convinto che la crisi durerà ancora a lungo. Il suo ragionamento, in effetti, è molto semplice e si basa sul fatto che non siamo di fronte ad un’emergenza passeggera, ma ad un fenomeno di tipo strutturale che ci accompagnerà per i prossimi anni. L’importante, dunque, è attrezzarsi. E per fortuna che ci sono le Regioni e i Comuni su cui si può contare. Un po’ meno, invece, si può fare affidamento sugli altri sindacati, che antepongono i dissidi con la Cgil alla necessità di collaborare e di agire in maniera unitaria.E’ una discussione a tutto campo, insomma, quella che abbiamo avuto con Melloni nel suo studio di via Marconi. Tanti gli argomenti toccati, ma alla base c’è il desiderio di sapere come sta il territorio cittadino e quali sono i numeri della crisi che lo ha investito.Qual è lo stato di salute della provincia di Bologna, dal punto di vista economico e occupazionale?I dati relativi all’ultimo anno indicano un peggioramento costante e piuttosto consistente della situazione, per quanto riguarda il numero delle imprese coinvolte da processi di crisi e conseguentemente anche dal numero dei lavoratori che ne sono stati interessati. Solo per fare un esempio, nei primi 5 mesi del 2009 si è raggiunto e superato di gran lunga il livello di ore di cassa integrazione dell’intero 2008, in cui tra l’altro si era già registrato un aumento del 13% rispetto all’anno precedente. In valori assoluti, mentre nel 2008 le ore di cassa integrazione sono state 2.600.000, nei primi cinque mesi del 2009 sono diventate 4.280.000. E questo significa che ci troviamo di fronte ad una crisi che riguarda tutti i settori, con una particolare attenzione al comparto industriale e metalmeccanico, ma con un’importantissima presenza anche terziario e nel commercio. Ma qual è, secondo lei, la particolarità di questa crisi?Questa crisi è diversa dalle altre perché non si può definire un’emergenza in senso stretto. L’emergenza è solitamente riferita ad una congiuntura negativa della durata più o meno prevedibile. Qui, invece, siamo davanti ad un processo che si protrarrà per molti anni, l’impatto della crisi sarà di tipo strutturale e duraturo nel tempo.Non è un caso che il ruolo tradizionalmente anti-ciclico svolto dal settore edile sia stato totalmente spiazzato dall’andamento della crisi, al punto che oggi, rispetto ad un anno fa, qui a Bologna c’è un 20% in meno della forza lavoro in edilizia. Parliamo, insomma, di 2000 lavoratori che non ci sono più. Per non dire quello che accade nel settore artigiano, anche quello un settore che tradizionalmente faceva da polmone nel mercato del lavoro ma che ora si trova pienamente all’interno del fenomeno con i primi elementi di chiusura di imprese. E tutto ciò ad un anno di distanza dall’avvio conclamato della crisi. Quindi non c’è ancora nessuna ripresa in vista? Noi abbiamo calcolato che nell’intera provincia i lavoratori coinvolti dai vari strumenti di ammortizzazione sociale sono all’incirca 40 mila e le imprese, naturalmente includendo anche le imprese artigianali, piccole e piccolissime, circa 1400. Dunque l’impatto della crisi si sta pienamente dispiegando e contrariamente a quello che ci viene detto, non siamo in presenza di una ripresa. O quantomeno non siamo in presenza di un arrestarsi degli effetti della crisi. Quelle che cominciano ad evidenziarsi sono semmai le conseguenze sociali della crisi, relative all’occupazione. Perché laddove si esaurisce la cassa integrazione ordinaria e si aprono processi che utilizzano la cassa integrazione straordinaria, bisogna cominciare a ragionare sugli esuberi di carattere strutturale. E al tempo stesso, a causa del protrarsi della stretta creditizia, le imprese più fragili dal punto di vista finanziario decidono di chiudere prima ancora che si evidenzino dei processi fallimentari.In presenza di fenomeni del genere, che si trascineranno nel tempo, tutti coloro che parlano di ripresa lo fanno in una chiave puramente propagandistica, non hanno cioè un contatto con la realtà che ci circonda. Quali sono le realtà bolognesi più esposte dalla crisi?I casi sono numerosi. C’è quello della Fini Compressori, che va chiudendo. O la Saeco, che in estate ha cambiato proprietà, passando agli olandesi della Philips, ma forse anche quest’anno dovrà ricorrere alla cassa integrazione.  E non dimentichiamo le centinaia di imprese artigiane che ormai, anche a causa del processo di ristrutturazione, o sono incluse nella filiera più stretta delle imprese, oppure, se non hanno particolari qualità, rischiano di sparire.Ma in generale, se guardiamo i settori produttivi, questa è una crisi che nasce essenzialmente dal fatto che la domanda mondiale di determinati prodotti industriali si è contratta in maniera significativa. Quindi, fino a quando non si presenteranno dei segnali di ripresa, in territori come il nostro, dove la maggior parte delle aziende guarda all’esportazione, la condizione di incertezza che è destinata a protrarsi. Questa condizione di incertezza sta inducendo sempre più lavoratori a mettere in atto proteste che si potrebbero definire plateali. Si va dagli scioperi della fame, all’occupazione dei tetti degli stabilimenti ai più recenti tentativi di “sequestro alla francese” dei vertici aziendali. Lei, da sindacalista, che cosa ne pensa?Queste forme di lotta sono un segnale del fatto che negli ultimi tempi non è stata data visibilità al problema del lavoro. C’è stato, nel corso di questi anni, uno spostamento incredibile dell’attenzione dei media rispetto alle priorità della società e del Paese. Un problema occupazionale di dimensioni inedite come quello che stiamo vivendo, che interessa anche delle realtà molto più favorite di altre e che prospetta un futuro piuttosto incerto, non viene sufficientemente analizzato dai mezzi di comunicazione più seguiti. Si è scelto, anzi, in un primo tempo di minimizzare la crisi e poi di cominciare improvvisamente a dire che l’emergenza era finita. E quando un messaggio viene veicolato con tale insistenza a ondate successive, al lavoratore che vuole rendere visibile il proprio disagio, non rimane che usare quegli strumenti che gli consentono di avere visibilità in una realtà che viceversa la nega.Il problema che noi abbiamo non è quindi quello di metterci lì con il manuale del bravo sindacalista a valutare se una forma di lotta è giusta o è sbagliata. Ma è piuttosto dare efficacia a tutte le forme di lotta che non siano gesti disperati di singoli, ma che abbiano degli obiettivi precisi e rientrino in una gestione collettiva che coinvolga i lavoratori e li renda partecipi. La settimana scorsa è stato firmato il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, ma la Fiom ha deciso di non sottoscriverlo. Cos’è che ha impedito di ricucire i rapporti tra i sindacati e di sanare la rottura?In sostanza, la Cgil aveva proposto di stabilire una moratoria relativamente agli effetti del modello contrattuale che era stato sottoscritto a gennaio solo da una parte delle organizzazioni sindacali. Noi chiedevamo di costruire in qualche modo una soluzione-ponte che riconoscesse la necessità di stabilire una somma da destinare alle esigenze salariali dei lavoratori e a coprire il potere d’acquisto che è stato perso nel corso di questi anni. Poi, superato questo periodo, ci si sarebbe potuti concentrare effettivamente sulla priorità del momento, che è la crisi.Ma quello che secondo me era un ragionamento molto
semplice e di buon senso, volto al tempo stesso ad affrontare l’emergenza e a evitare gli effetti più deflagranti della rottura tra i sindacati, è stato respinto al tavolo della Federmeccanica e ha portato al rinnovo contrattuale separato, che comunque non ha precedenti. Perché, se ci pensiamo bene, il nostro è il sindacato più rappresentativo e da solo ha più iscritti degli altri sindacati che hanno deciso di firmare e, di fatto, di escluderlo. Un’altra delusione è arrivata dalla sanatoria di badanti e colf, che si è conclusa il 30 settembre con risultati poco soddisfacenti. Quali sono state le ragioni di questo flop?Questo è un flop che nasce sostanzialmente da un’impostazione sbagliata che sta all’origine del provvedimento governativo di regolarizzazione. Così com’è stata concepita, la sanatoria ha attuato una discriminazione sulla base del tipo di lavoro che svolgono gli immigrati. Ha escluso intere categorie, come chi, per esempio, lavora nell’agricoltura e ha fatto di tutto per essere registrato come badante, acquisendo il diritto di rimanere sul nostro territorio. Ma l’errore principale è stato il non aver concepito la regolarizzazione delle badanti come un fatto che in qualche modo tenesse conto della condizione di reddito, magari registrabile attraverso l’ISEE. Alla fine dei conti, si è trattato della semplice oblazione di un reato: quello di non avere assunto una persona e farla lavorare in nero. Il problema sociale della non autosufficienza, insomma, riguarda ormai le famiglie, e non più la convivenza di tutti.In materia di non autosufficienza, i sindacati dei pensionati dell’Emilia-Romagna hanno dato il via una decina di giorni fa ad una nuova stagione di contrattazione con la Regione e i Comuni. Di cosa si parlerà?In Emilia-Romagna, grazie ad un accordo sottoscritto tre anni fa dalla Regione e dalle forze sociali, si è dato vita ad un Fondo regionale per la non autosufficienza sostenuto attraverso un’addizionale Irpef. E’ un fatto importantissimo, se si pensa che in questo modo si è raccolta una cifra pari al doppio di quella che il Governo ha stanziato a livello nazionale per tutto il Paese sul tema. Qui siamo quindi di fronte ad una sensibilità importante delle istituzioni, che hanno colto per tempo l’avanzare di un grande problema sociale e quindi si sono dotate di un sistema per poterlo governare. Ora però noi dobbiamo cercare di utilizzare quel fondo per dare delle risposte di carattere strutturale e non più solo emergenziale al problema della non autosufficienza, il che vuol dire non solo dare un sostegno economico ad un maggior numero di persone, ma provare a qualificare lo stesso servizio domiciliare che viene svolto dalle stesse badanti. Le badanti devono integrare il proprio lavoro con quello dei servizi di base, forniti dai day hospital o dalle strutture sanitarie locali, in modo da integrare la funzione sociale con quella sanitaria. Bisogna dotare chi lavora con un anziano della formazione necessaria ad assisterlo, costituire degli albi delle badanti facendo quindi rientrare un problema sociale come quello della non autosufficienza dentro il welfare.E per quanto riguarda la crisi? Come si sono comportati, secondo lei, gli enti locali in questi mesi di emergenza?In termini di crisi, il nostro sindacato ha molto apprezzato la decisione di estendere la copertura degli ammortizzatori sociali a tutti i settori produttori e a tutte le fattispecie di rapporti di lavoro, includendo anche i lavoratori precari e quelli delle cooperative. Un’azione importante, sostenuta con grande determinazione da parte della Regione, che poi è stata accompagnata da una serie di accordi che abbiamo fatto soprattutto in sede locale per attenuare il peso della riduzione del reddito. Chi viene coinvolto dalla cassa integrazione passa infatti, improvvisamente, da uno stipendio mensile di 1300/1400 euro a 700 euro, per un periodo di tempo molto lungo. E come Camera del Lavoro abbiamo pensato di intervenire affinché le amministrazioni tenessero conto di questo calo in occasione del pagamento dei servizi sociali fruiti dai lavoratori delle aziende in crisi, come le rette degli asili nido o i tanti servizi che gravitano intorno all’infanzia e alle persone anziane. L’attenzione e la disponibilità che abbiamo registrato da parte degli Enti locali è stata molto alta e ci ha piacevolmente sorpreso. Al momento ci hanno detto di sì 33 Comuni del bolognese: tanti, ma non ancora tutti. Il prossimo sforzo, da parte nostra, sarà quindi quello di estendere questo accordo all’intera Provincia, per rendere così il più possibile omogeneo questo tipo di sostegno al reddito. Che non deve dipendere dal posto in cui si abita, dato che l’impatto della crisi è uguale per tutti.

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