Biomassa di rimbambiti?


3 MAG. 2011 – L’idea è di quelle buone e giuste: trasformare in energia elettrica gli scarti dell’agricoltura. I rifiuti da far diventare risorsa sono i liquami degli allevamenti, le potature dei frutteti, delle viti, i graspi dell’uva, ecc. Qualunque sottoprodotto, insomma, che può essere stoccato e "digerito" in appositi silos da cui viene ricavato il cosiddetto biogas. Un procedimento del tutto naturale compiuto da batteri. Meno naturale è che, insieme agli scarti, questi impianti debbano fagocitare anche prodotti agricoli appositamente coltivati per essere mandati a marcire. Un esempio è il mais. L’oro degli aztechi torna ad essere materia che luccica anche per la "progredita" civiltà occidentale. Grazie ai suoi amidi, una volta infilato nelle centrali di biogas, il mais diventa il principale carburante capace di far andare a regime i motori che producono l’elettricità. Perché idealmente liberarsi di inutili residui producendo energia fa molto green economy, ma nella realtà senza un’iniezione di ingredienti ad alto livello calorico le centrali a biogas non funzionano.Iniezione ancora più di vitale importanza per le centrali a biogas, è quella di denaro pubblico. Il costo di un chilowattora derivato da biomassa è di 22 centesimi. Cifra ben più alta dei 7 centesimi dell’attuale prezzo sul mercato dell’elettricità. A colmare la discrepanza ci ha pensato un disegno di legge del febbraio del 2009, che ha equiparato gli impianti a biogas a quelli a fonti di energia rinnovabile, come il solare e l’eolico. A quota 28 centesimi è stato il prezzo fissato per ogni chilowattora proveniente da questi ambiti produttivi.Ma mentre per il fotovoltaico e l’eolico l’incentivo può rivelarsi un propulsore per lo sviluppo di energie pulite, nel caso del biogas la faccenda si fa più torbida. Innanzi tutto perché per produrre mais, ad esempio, occorrono fertilizzanti, che sono un derivato del petrolio. E occorre destinare a uso non alimentare larghe porzioni di terra, che difficilmente un domani possono tornare a dare prodotti per le tavole o per il bestiame. Il rischio grosso è proprio per i settori dell’agricoltura e dell’allevamento. "Gonfiare" il prezzo di prodotti destinati al biogas, come il mais, porta, ad esempio, all’aumento dei prezzi degli affitti dei terreni. Rincari che proprio non ci volevano per chi già ha margini risicati su ciò produce. Così che sempre più contadini si chiedono se non sia il caso di dedicarsi a colture per il biogas piuttosto che alle più tradizionali coltivazioni, legate magari a prodotti tipici quali il formaggio grana. I turbamenti degli agricoltori sono stati mostrati da un servizio andato in onda tre settimane fa a Report. I giornalisti Michele Buono e Piero Riccardi hanno preso in esame il caso della Cat, Cooperativa Agroenergetica Territoriale di Correggio, nel reggiano. Un’impresa nata nel 2007 da un gruppo di agricoltori interessati a riconvertire terreni una volta coltivati a barbabietola da zucchero, produzione abbandonata per via di tagli decisi dall’Europa. Nel 2009, dopo il via libera al disegno di legge sopra citato, il progetto può partire a gonfie vele. Le banche finanziatrici hanno infatti la garanzia di guadagnarci senza rischi. Oltre al ghiotto incentivo pubblico a garantire è la quantità di ettari di terra che per 15 anni gli agricoltori si sono impegnati a coltivare esclusivamente per l’impianto a biogas.In Emilia-Romagna, oltre all’incentivo statale, è possibile ricevere un ulteriore aiuto dalla Regione. Lo prevede un Piano per le agroenergie che vorrebbe portare a produrre un totale di 500 Megawattora, di cui 100 derivanti da centrali a biogas. I giornalisti di Report hanno chiesto all’assessore Tiberio Rabboni se non fosse il caso di porre dei vincoli a chi coltiva terreni appositamente per le biomasse. Un rimedio dettato dal buonsenso, ma purtroppo non praticabile perché "non c’è stata un’azione di indirizzo", ha risposto Rabboni.Indirizzo o no, la strada presa dal fenomeno è chiara, soprattutto a livello Europeo. Uno studio della Humboldt Universität di Berlino ha analizzato la crescente dipendenza dell’Unione europea dall’estero per quanto riguarda i prodotti alimentari. Mentre un tempo il continente era un grande esportatore, oggi è diventato il maggior importatore mondiale di cibo. Un fenomeno che è accelerato molto negli ultimi dieci anni. Con la conseguenza che, ha calcolato lo studio, per mantenere il fabbisogno europeo di alimenti, mangimi, fibre per vestiti e prodotti agricoli destinati alla produzione di bioenergie, c’è bisogno di una superficie coltivabile del pianeta grande come tutta la Germania.

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