Benazir Bhutto, la morte di una donna coraggiosa


BOLOGNA, 27 DIC. 2007 – L’attentato che ha ucciso Benazir Bhutto ha spezzato buona parte delle speranze che tanti pakistani riponevano in un processo di democratizzazione di un Paese che da vent’anni non riesce a trovare una stabilità. Ne abbiamo parlato con Asif Raza, 34 anni, leader di "Siamo tutti cittadini", una lista che è risultata tra le vincitrici, ottenendo 12 seggi, delle elezioni del 2 dicembre scorso per il Consiglio dei cittadini stranieri della Provincia di Bologna. Raza è anche segretario della Federazione dei Pakistani in Italia, un ente che coordina una sessantina di associazioni di pakistani sparse per l’Italia. Cos’ha significato Benazir Bhutto per il Pakistan e in generale per tutto il mondo islamico? Benazir Bhutto era una donna coraggiosa che ha rappresentato un simbolo di democrazia per il Pakistan. Stava lavorando insieme ad altri politici, di diversi partiti, per portare avanti un percorso di democrazia in Pakistan.Quello di oggi è un attentato che colpisce prima di tutto il Pakistan e subito dopo ogni forma di democrazia. Il Pakistan è un paese che vive tanti conflitti al suo interno: tra diversi tipi di Islam, tra chi vuole la democrazia e chi è contro. Inoltre il vicino conflitto in Afghanistan complica ulteriormente la situazione. E’ difficile comprendere il Pakistan e questo attentato aggrava ulteriormente la confusione. Per questo chi l’ha fatto ha danneggiato più il Pakistan che qualsiasi altra cosa.Si tratta di una perdita che peggiorerà sicuramente l’immagine e la posizione del Pakistan nei confronti del mondo occidentale, dei paesi democratici. L’attentato comporterà anche una battuta d’arresto per il cammino di emancipazione delle donne in Pakistan? Sicuramente. Per quanto riguarda la posizione della donna ci sono delle leggi nuove nel nostro paese, possiamo dire che la situazione sta migliorando.Ma la perdita di Benazir Bhutto avrà un impatto notevole anche su questo processo di emancipazione femminile, perché lei ne era in un qualche modo la rappresentante, ne era il simbolo.Era sì una figura di un ceto sociale alto, lontano da quello della maggioranza delle donne pakistane, ma a livello internazionale era colei che poteva mostrare l’immagine di un paese non maschilista, in cui ci sono donne che rivestono ruoli molto importanti. Dopo la sua perdita, questa considerazione non la possiamo più fare.L’attentato influirà molto sulle dinamiche che riguardano il ruolo delle donne in Pakistan. L’esperienza della consulta degli stranieri può essere un esempio da esportare nel tuo paese? Sicuramente la gente del mio paese ha dimostrato un grande senso di partecipazione alla vita democratica, il 90% dei pakistani è andato a votare per eleggere propri rappresentanti. Ciò testimonia la loro voglia di cambiamento. Questa voglia esiste anche tra coloro che sono in Pakistan, ma là il processo di democrazia è abbastanza complicato e lungo, soprattutto se si pensa a tutto quello che il Pakistan ha subito negli ultimi anni. Quattro generali, guerre nei paesi confinanti, e anche all’interno del paese stesso. In Pakistan vi sono state tre guerre e quando uno stato esce dalla guerra le sue condizioni sono sempre deboli. Per questo per rimetterlo in piedi ci vuole del tempo. Specialmente se si hanno poche risorse. Il Pakistan non è un paese con fiumi di petrolio o montagne d’oro, è un paese basato sull’agricoltura. Inoltre il processo di democrazia soffre dei vincoli degli interventi militari e degli scenari politici internazionali.Però la voglia di cambiare c’è, lo si è visto dal segnale lanciato nella provincia di Bologna.Si è visto che possiamo convivere con le altre nazionalità, scegliendo i nostri rappresentanti e andando d’accordo assumendo i nostri diritti e doveri e lavorando per la società che ci accoglie e per l’immagine del Pakistan.

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