“Avevo paura della tratta delle ragazze”


in collaborazione con Argentovivo Storia di Erminia, nata e cresciuta in un paesino sulle colline di Rivergaro, in provincia di Piacenza, dove, immediatamente dopo la guerra, c’era molta miseria e non c’erano possibilità per le ragazze di trovare un lavoro. Quella di Erminia è la storia di una emigrazione riuscita, nata quasi per caso dall’idea della sorella che aveva saputo di un’organizzazione che procurava lavoro presso famiglie inglesi. Lì le due sorelle hanno avuto la fortuna di inserirsi bene, di migliorare e di incontrare entrambe gli uomini che poi avrebbero sposato: “Quello di mio sorella era un inglese, mentre il mio era un ucraino che, a fine guerra, siccome la sua famiglia in Ucraina risultava tutta dispersa, invece di tornare in patria, dove non aveva più nessuno, ha accettato di venire in Inghilterra dove ha conosciuto me”. Erminia ha oggi 75 anni e vive a Rivergaro. “Il viaggio? Impossibile dimenticarlo! È stato un incubo: ricordo tutto, per filo e per segno. Dunque, mia mamma ci ha accompagnate, me e mia sorella, fino a Milano. Se ci penso mi scappa anche da ridere; avevamo una valigina di fibra proprio come quella degli emigranti. Beh, comunque io ero contenta perché mia madre, per l’occasione, mi aveva comprato un paio di scarpe nuove, coi buchini, io ero così felice che non mi sono neanche accorta che erano un po’ strette. E poi avevamo tutti i nostri documenti, il passaporto, un foglio con su scritto il nome della famiglia inglese che ci avrebbe ospitato e un cartello con scritti i nostri nomi, da metterci al collo all’arrivo a Londra. A Milano c’è stato un addio strappalacrime con mia madre e poi è arrivato il treno che andava a Londra. Ma, cara te, veniva dall’Italia meridionale ed era non carico, stracarico. Noi non sapevamo come fare a salire; un uomo ha preso le nostre valigie e le ha letteralmente buttate dentro e dopo, prendendoci un po’ in braccio, ha buttato dentro anche noi. Mi sono trovata in una calca umana mai vista, ti dico che spesso i miei piedi non toccavano il pavimento. E in quelle condizioni siamo arrivate fino a Calais, sai dov’è Calais? Ce n’è eh, di strada?Io poi, che soffro molto il mal di mare, cercavo di stare nella posizione di viaggio del treno, ma era quasi impossibile riuscirci. Comunque siamo arrivate, qui veniva il bello perché c’era da prendere il traghetto che attraversava la Manica. In quel tratto il mare è sempre molto mosso. Appena sul traghetto, che era già in moto, io e mia sorella abbiamo cominciato ad avere la nausea; ma dovevamo metterci in una fila per timbrare il passaporto e poi in un’altra per passare la visita medica. Non ti dico; appena mi mettevo in fila dovevo scappare a vomitare e mia sorella lo stesso. Insomma tra una vomitata e l’altra siamo riuscite a far le file. Poi mia sorella ha detto: “Andiamo sul ponte, c’è più aria e forse stiamo meglio”. Sul ponte ci siamo coricate su una panchina, una di testa e una di piedi, e ci siamo coperte con un telone che era lì. Io da una parte, mia sorella dall’altra, abbiamo continuato a vomitare, ma pensavamo di non essere viste. Invece, ad un certo punto è arrivato un uomo che ha messo un catino sotto di me e uno sotto mia sorella, ma non ha detto una parola. Insomma, come Dio ha voluto, siamo arrivate di là. Noi eravamo fisicamente distrutte. Due giorni e una notte è durato il viaggio!E poi avevamo paura, perché a casa ci avevano tanto raccomandato di stare attente perché “c’è la tratta delle ragazze”. Insomma tra la paura e la stanchezza, eravamo due stracci. Intanto io mi sono accorta che dai buchini delle mie belle scarpe nuove usciva un po’ di sangue; mi facevano male i piedi, ma ero preoccupata per le mie scarpe bianche. In queste condizioni siamo arrivate alla stazione di Londra e lì ci siamo infilati i nostri cartelli. La signora responsabile, quando ci ha viste e si è fatta conoscere perché aveva le nostre foto, ha detto: “Ma cosa avete fatto, cosa vi è successo, voi siete da pronto soccorso!”. Pensa che a furia di vomitare mi si erano rotti dei capillari negli occhi, che erano diventati un po’ rossi. Bene, la signora ci ha portate al pronto soccorso dove mi hanno curato un po’ i piedi, gli occhi e ci hanno dato da bere una pozione che, al momento, ci aveva fatto stare ancora peggio. Comunque ci hanno un po’ ristabilite.”Testimonianza raccolta da Maria Gozzi, Spi Fiorenzuola (Pc)© 2009 Argentovivo. Il mensile dello Spi-Cgil Emilia-Romagna

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