Anche in carcere è Natale


23 DIC. 2009 – L’ultimo allarme è stato lanciato proprio oggi da Antigone, che da anni si batte per il rispetto dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. "Nelle carceri italiane – denuncia l’associazione – il sovraffollamento è intollerabile". Nella Casa circondariale la Dozza di Bologna, i detenuti presenti sono al momento 1177, a fronte di una capienza regolamentare di 483 posti letto. Nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, una struttura nata per ospitare 120 persone, ci sono invece 295 internati. Il tasso di sovraffollamento che si registra nei due istituti è sostanzialmente lo stesso – 243% nel primo caso e 245% nel secondo – e descrive il problema in tutta la sua gravità. Siamo ormai di fronte ad una vera e propria emergenza, che interessa tutta l’Italia e l’Emilia-Romagna in particolare. Come ci ha ha confermato Desi Bruno, garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Bologna.E’ notizia di ieri, invece, la morte di Marco Toriello, 45 anni, tossicodipendente e gravemente ammalato. Venerdì scorso si è tolto la vita, impiccandosi nella sua cella nel carcere di Salerno. Con la sua morte, i reclusi che si sono uccisi negli istituti penitenziari italiani nel corso del 2009 sono diventati 69. "Viene così eguagliato il triste record del 2001. Il numero più alto di detenuti suicidi nella storia della Repubblica", ricorda l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere. E se si tiene conto anche di tutti quei decessi avvenuti in circostanze da accertare, andiamo oltre i 150 casi in un anno. Un cifra talmente alta da poter essere considerata "la prova che in Italia la pena di morte non è stata abolita”: così si era espressa Rita Bernardini, una deputata radicale eletta nelle file del Partito democratico.“Per cause da accertare”, la dicitura che appare sempre più spesso nei referti con cui si archiviano – o perlomeno si cercano di archiviare – le sempre più numerose morti scomode che avvengono nelle carceri italiane. Nei mesi scorsi il caso più eclatante è stato quello di Stefano Cucchi, il trentunenne trovato in possesso di venti grammi di marijuana in un parco romano e deceduto pochi giorni dopo il suo arresto con il corpo martoriato dai segni di un’evidente violenza. La sua famiglia ha avuto il coraggio di far circolare le foto-shock del suo cadavere, in modo da far capire a tutti quanto fosse assurdo non essere riusciti ad accertare le cause di questo decesso. Ma alla fine cosa si può pretendere dalla giustizia di un Paese ancora oggi privo di una legge che chiami con il suo nome gli abusi su un detenuto? D’altra parte, come abbiamo avuto modo di analizzare, questo non è certo il primo episodio che risente del fatto che in Italia la tortura non è reato.Qualche anno prima di Stefano Cucchi, per esempio, è morto in circostanze analoghe Federico Aldrovandi. Lo scorso luglio sono stati condannati a 3 anni e 6 mesi per eccesso colposo in omicidio i 4 agenti che il diciottenne ferrarese ha avuto la sfortuna di incontrare una mattina all’alba, al ritorno da una serata trascorsa a Bologna con gli amici. Si tratta di una pena esemplare, che può servire da precedente per i processi che d’ora in avanti vedranno coinvolte le forze dell’ordine. Ma che non cancella l’ingiustizia di questa morte, avvenuta mentre il ragazzo era sotto la custodia di pubblici ufficiali, che dovrebbero garantire la sicurezza dei cittadini e non mettere fine alla loro vita. E a raccontarci che quando si è nelle mani dello Stato non si può e non si deve morire è stata proprio Patrizia Aldrovandi, la mamma di Federico.Tutte queste sono testimonianze che noi di viaEmilianet siamo riusciti a raccogliere nel corso del 2009. Oggi abbiamo deciso di riproporle in un unico pezzo, perchè magari, in questi giorni di festa, diventa più facile riflettere sul mondo carcerario. Quello che ormai è diventato una sorta di pianeta parallelo, che appartiene ad una dimensione diversa dalla nostra ed è governato da regole che sono solo sue. Un universo in cui capita anche che un capo delle guardie, a Teramo, esorti i suoi secondini a pestare i prigionieri nelle celle del seminterrato, al riparo dallo sguardo di un altro detenuto – detto "il negro" – che di lì a pochi giorni morirà, dopo aver atteso per oltre 5 ore il trasporto in ospedale. Ma dove, proprio come da noi, tra poche ore è Natale.

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