Aldo Tomasi: “L’università non vuole morire”


© viaEmilianet 2009Aldo Tomasi è un professore di Medicina e chirurgia dell’Ateneo di Modena e Reggio Emilia. Dal primo novembre 2008 ne è divenuto il nuovo rettore. Viaemilianet lo ha intervistato per sapere qual è la situazione clinica di uno dei grandi malati italiani, l’università. Con i tagli del governo al mondo della scuola da una parte e la crisi economica dall’altra, non ha scelto proprio un bel momento per diventare rettore…C’è una crisi europea e mondiale che ci impone di rivedere i nostri stili di vita e ci dice che quello che un tempo era la normalità non lo sarà più. Di questo la nostra università è ben cosciente e ha già iniziato un lavoro che è sotto gli occhi di tutti e non ha mancato di comparire sulle prime pagine dei giornali. Abbiamo dovuto infatti rivedere la nostra offerta formativa, siamo stati costretti a tagliarne una parte. E uso il verbo tagliare perché è inutile girare attorno all’argomento con parole del tipo “razionalizzare” o “aggregare”. La realtà dei fatti è che abbiamo tagliato una parte della nostra offerta formativa. L’abbiamo fatto con coscienza, cercando il modo più indolore, con difficoltà, e pena, ma l’abbiamo fatto. Abbiamo tagliato corsi con pochi studenti, ma anche altri dove gli iscritti erano molti.L’università, il mondo accademico, della ricerca, possono essere una delle cure alla crisi. Tagliare proprio sul sapere non vuol dire aggravare le condizioni di ciò che si vorrebbe guarire?Le porto l’esempio di quanto sta succedendo in due paesi vicini e coi quali, nel mondo accademico, ci confrontiamo tutti i giorni: la Francia e la Germania. Nel suo pacchetto di risposta alla crisi, il governo francese ha deciso di stanziare 5 miliardi aggiuntivi al proprio sistema universitario. Teniamo conto che in Italia lo Stato, all’anno, ne spende meno di sette, in totale, per l’università. In Francia non solo già di partenza spendono una decina di miliardi, ma in più ce ne aggiungono altri 5. Assegnandoli, giustamente, non a tutte le università ma solo a quelle che rientrano in determinati parametri di sviluppo. Le stanno ancora individuando, attualmente sono arrivati a una decina di atenei, i quali riceveranno il doppio dei fondi del normale.Anche la Germania prevede “iniezioni” aggiuntive nel mondo dell’istruzione. 24 miliardi di euro sono stati destinati in totale su tutto il sistema della scuola tedesca.Nel nostro pacchetto anti crisi, invece, non c’è menzione di un euro in più al sistema della scuola. Un segnale preoccupante. Da noi lo Stato dice che la scuola italiana è terribile e allo stesso tempo getta via il bambino con l’acqua sporca.Trovarsi in Emilia-Romagna, per una università, offre dei vantaggi in questo momento difficile?L’Università di Modena e Reggio Emilia ha sempre avuto un legame diretto con enti locali, sia pubblici che privati. In passato questo rapporto è stato gestito molto bene e ha comportato un importante contributo per l’apertura di diverse facoltà. Basti pensare a quelle di Ingegneria e di Lettere a Modena. A Reggio Emilia tutta la nascita del polo è stata portata avanti con il sostegno degli enti locali. Un aspetto che da qualche anno si è interrotto. E’ mancato il sostegno economico da parte di questi soggetti. Il compito che mi sono dato come rettore è riaprire il dialogo con le città di Modena e di Reggio Emilia. Al di là di ogni campanilismo. L’Ateneo di Modena e Reggio Emilia sta in piedi perché è di entrambe le città. Se non ci fosse stato il polo reggiano, oggi la situazione dell’università sarebbe ancora peggiore di quella che è.Il fatto di trovarsi in un periodo pre-elettorale, però, non ci sta aiutando. A Reggio Emilia si è utilizzato, per fare un esempio, una polemica fondata sul nulla pur di portare qualche voto di qua o di là.La politica, allora, fa male all’università…L’università deve fare la politica dell’università, la quale deve, chiaramente, andare d’accordo con quella degli enti locali e anche con quella dei privati. Finora questo non è sempre successo.La cosa che tengo a sottolineare è che Stato ha deciso di tagliare in modo importante i fondi all’università: il 10% all’anno per i prossimi due anni. Noi non sappiamo come verrà tagliato questo dieci per cento, ma, come fanno le aziende serie, ci siamo messi avanti con i conti. E lo stiamo facendo insieme agli altri atenei della regione. La settimana prossima porteremo al presidente della Regione i budget delle 4 università dell’Emilia-Romagna proiettati al 2010-2011.Mentre un’azienda che va in contro ad una crisi del proprio settore ha in mano degli strumenti per farvi fronte, come ad esempio la cassa integrazione, l’università non ha nulla. Non può toccare nessuno. Può anche provare ad attuare una gestione mirata sul merito, però oltre a dire a una parte del proprio personale “voi andate bene” e a un’altra parte “voi non producete nulla”, altro non può fare. Ma lo Stato ci viene a dire che l’università spende troppo e che bisogna tagliare il 20%. Contemporaneamente, però, non da la possibilità di tagliare questo 20% dove sarebbe più opportuno. L’università si trova così senza alcun strumento in mano e dentro un sistema che dal punto di vista economico è totalmente rigido. L’unica cosa che probabilmente resterà da fare, tra un anno o due, sarà portare i libri in tribunale, dichiarare fallimento.A livello regionale, intanto, anziché portare i libri in tribunale, li portiamo alla Regione, chiedendole se può intervenire a favore di un sistema universitario funzionale, che sia positivo anche per la regione stessa, visto che allo Stato quest’aspetto non interessa. Oppure veramente non ci resta che chiudere.

Riproduzione riservata © 2016 viaEmilianet