Al tempo di Internet la fortuna è dentro Google


MODENA, 19 SET 2010 – Se si apre l’homepage di Google ci si può accorgere che c’e un tasto, sotto a destra, che pochissimi pigiano dopo aver indicato l’oggetto della loro ricerca: "Mi sento fortunato". Quel tasto lavora selezionando solo una scelta, tra e tante altrimenti proposte, e, "sotto l’aura della fortuna, presuppone di eliminare tutto il superfluo e di portarci al nocciolo della questione, risparmiando tempo, che è anche una scelta di ottimizzazione economica", spiega il professor Milad Doueihi, francese che insegna a Glasgow, portando al Festival il discorso sulla fortuna legato al mondo di Internet. In un festival in cui tutti discutono come dare un qualche ordine al disordine creato dalla fortuna, dal caso, lui va controtendenza e rivendica l’eresia del disordine, all’imprevisto da portare nell’ordine dei risultati offetti da programmi precostituiti. Il problema, avverte contestualmente lo studioso, è che la fortuna alla fine si lega al modo in cui il motore di ricerca indicizza i contenuti, come li collega e richiama: "Ho provato a digitare il mio nome e, come prima scelta, è uscito che sono un noto biologo, il che è falso. Bisogna vedere se l’errore è sostanziale o se si deve a una qualche omonimia. Ma ciò pone il terzo aspetto della fortuna nel web, quello del rapporto tra pertinenza e autenticità e, in una ricerca automatica, la fortuna è la variabile che gioca tra questi due termini". Insomma, il problema è sempre quello ormai vecchio del controllo delle notizie che appaiono e che vengono dal mondo digitale. L’atteggiamento con cui lo si affronta da utenti. Doueihi viene da studi sulle religioni e poi, da utilizzatore del pc, ha via via spostato una parte dei suoi studi sulle implicazioni culturali delle tecnologie digitali al tempo del Web2 ed è in uscita un suo saggio su ‘L’umanesimo e il digitalé. Da esperto in prima persona quindi spiega che "il mondo digitale è oggi il primo vero rivale della religione, perché crea legami di dipendenza e rende il modo digitale un luogo quasi di culto, in cui nascono credenze specifiche e generali". Il suo ritornello diventa allora quello della consapevolezza dell’utente. Un moderno motore di ricerca ha cambiato l’idea di caso e consequenzialità che potevano guidare una ricerca classica, sostituendoli con un modello di suggerimenti che nascono secondo una regola, un algoritmo di approssimazione e vicinanza, ma assieme proponendoci una compresenza di tutto ciò che cerchiamo. Questo cambia, ci dà una nuova concezione dello spazio, che sia affianca a quella tradizionale, ma in cui può essere facile sperdersi, perché tutto vi risulta con lo stesso valore: tutti i libri di una biblioteca digitalizzata saranno presenti alla stessa maniera, a prescindere dal loro contenuto. "Sta evvenendo – avverte Douaihi – che si scambia l’informazione per cultura, mentre questa seconda porta con sé la capacita di modificare le cose, di vederle da un’ottica diversa, di valutarle". Anche per utilizzare Googol – avverte – ci vuole quindi cultura: "la differenza è nel non sottostare al pc e ai suoi programmi passivamente, come capita normalmente alla stragrande maggioranza degli utenti, che tra l’altro prediligono programmi chiusi e non quelli free e aperti in cui dovrebbero avere una parte guida. Il problema è darsi conoscenze matematiche e di programmazione per intervenire sui programmi, affinché ci diano quello che vogliamo noi e non quello che vogliono loro". Per Douaihi si tratta di insegnare queste cose alle nuove generazioni sin da bambini: è una necessità etica e pedagogica, perché tutta la nostra cultura classica, del passato, sempre più digitalizzata e messa in rete, non finisca per giacere lì dimenticata, abbandonata".

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