Al centro della scena


BOLOGNA, 16 LUG. 2010 – A volte l’integrazione passa attraverso un palcoscenico. Il teatro, mettendo a nudo i suoi interpreti, spesso diventa il mezzo ideale per esprimersi e far conoscere la propria storia. Ne è convinto Pietro Floridia, della Compagnia del Teatro dell’Argine, che da anni, ormai, ha trasformato l’ITC Teatro di San Lazzaro in un luogo di incontro tra stranieri di varia provenienza e formazione. L’elemento che li unisce è la recitazione, una passione capace di diventare strumento di conoscenza e riflessione su tematiche che molto spesso tendiamo a non considerare in tutta la loro complessità. Ai migranti e alla loro condizione, per esempio, sono dedicati gli spettacoli “Il muro” e “L’ultima notte dell’anno”, che nel corso di questa settimana animano la rassegna bolognese “La scena dell’incontro”. Il primo è andato in scena lunedì scorso, mentre il secondo è in programma stasera e domani alle 21.30 ai Giardini di Filippo Re. Pietro firma la regia di entrambi, ci ha lavorato nel corso di tutto quest’anno assieme ai ragazzi della Compagnia dei Rifugiati e della Compagnia Multiculturale. Che sono due realtà legate tra loro e nate dalla volontà di mettere al centro della scena chi di solito sta ai margini della società.Pietro, raccontaci la storia della Compagnia Multiculturale del Teatro dell’Argine.Questa compagnia rappresenta l’evoluzione del progetto che abbiamo messo in piedi con i rifugiati politici, un’esperienza di tipo laboratoriale cominciata nel 2005 nell’ambito del progetto SPRAR del Comune di Bologna, che offre supporto ai richiedenti asilo. Ogni anno, tra settembre e ottobre, andiamo a proporre la nostra attività teatrale agli ospiti del centro di accoglienza di Quarto Inferiore. Chi è interessato segue un corso che prevede circa 8 mesi di incontri, finalizzati alla realizzazione di uno spettacolo che debutta intorno al 20 giugno, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato. Così, nel corso degli anni è avvenuto che alcuni ragazzi hanno scoperto il piacere di fare teatro e si sono rivelati anche molto talentuosi. E’ nata quindi l’esigenza, da parte nostra e da parte loro, di dare stabilità a questa attività, rendendola un po’ più strutturata. Ma contemporaneamente, nel territorio bolognese si è sparsa la voce che noi facevamo attività anche con i migranti, quindi hanno cominciato a bussare alla nostra porta attori diplomati in varie accademie in giro per il mondo – Varsavia, Moldavia, San Paolo del Brasile – chiedendo se potevano fare teatro con noi. Una composizione piuttosto eterogenea, insomma.Sì, ma c’è anche una terza componente nella compagnia: quella dei giovani attori italiani, i nostri figli teatrali. Noi spingiamo per far fare loro esperienze che abbiano valore anche in termini di riflessione e che non siano soltanto asetticamente teatrali. Ma soprattutto crediamo nei gruppi misti, meticci, in cui ci sia una vera mescolanza; non in gruppi composti esclusivamente da stranieri. Quindi in questa compagnia si incontrano visioni della realtà diverse tra loro. Ma come convivono? Come riuscite a metterle insieme?Lo scambio e il dialogo fanno parte della natura più intima e intrinseca del teatro. Il fatto che ci sia una polifonia, una pluralità di voci che magari a volte arrivano anche a scontrarsi, è abbastanza naturale. Inoltre il nostro metodo è sempre molto attento alle improvvisazioni, alle drammaturgie non scritte dagli autori a tavolino, ma realizzate a bordo palco in ascolto di quello che è l’estro degli attori. In questo modo, fornendo solo degli spunti, dei temi, dei primitivi canovacci, vediamo come gli interpreti reagiscono agli stimoli e permettiamo loro di crearsi da soli il proprio ruolo all’interno dello spettacolo e rispetto agli altri componenti della compagnia.Anche “L’ultima notte dell’anno”, lo spettacolo che andrà in scena stasera e domani a Filippo Re, nasce in questo modo?Sì, nasce dal fatto che nei brevissimi periodi in cui non siamo sotto spettacolo leggiamo dei testi e poi, assieme ai ragazzi, decidiamo di lavorare su alcuni di essi. Quest’anno ci siamo imbattuti su un’opera di Slawomir Mrozek che si intitola "Emigranti". E’ un testo per due personaggi, che mette a confronto due migranti molto diversi tra loro: uno è un intellettuale in asilo politico, mentre il secondo è un migrante per necessità, un lavoratore senza strumenti culturali. I due interagiscono in una sorta di cantina-fogna di una città straniera, dentro cui vivono, e il dialogo si svolge nell’ultima notte dell’anno, un elemento che ha una grande importanza nelle dinamiche della storia. A partire da ciò, ogni coppia di attori ha iniziato a declinare a suo modo questa relazione tra due diversi modi di intendere l’emigrazione. Noi abbiamo dato loro dei suggerimenti e ne sono nate 6 storie che si intrecciano, 4 delle quali saranno in scena oggi e domani. Tra l’altro mercoledì scorso tu hai partecipato, alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna, ad un incontro intitolato "Interculturalismo e spettacolo", che ha analizzato i consumi culturali degli stranieri in Emilia-Romagna. Qual è la situazione a questo proposito?In termini di spettatori teatrali, la media di quelli stranieri è del 2,9%. C’è chi interpreta questo dato positivamente, ma a me sembra molto basso. Per carità, è di sicuro destinato a crescere nei decenni a venire, ma il fatto è che bisogna cambiare strategia. Non è giusto tentare di assimilare gli stranieri e renderli somiglianti agli spettatori italiani attuando una politica che prevede, ogni tanto, lo spettacolo dell’attore africano o l’abbattimento del prezzo dei biglietti. Così si perde una grande occasione per trasformare i rituali e il mondo teatrale in ragione del fatto che gli stranieri vi partecipano attivamente, portando come bagaglio le loro esperienze. E anche i loro limiti, come quelli linguistici, che a volte ci costringono a reinventare lo spettacolo per assecondare questo enorme potenziale di trasformazione. E pensi che coinvolgere direttamente i migranti in spettacoli in cui si parla della loro condizione, proprio come state facendo voi, possa essere un modo per renderli più integrati?Sì, a mio avviso loro il teatro devono farlo. Quando lo fanno, lo trasformano e compiono esperienze che sono determinanti nella loro valenza politica, di presa sulla realtà, sul territorio, sui problemi del nuovo paese in cui sono. Recitando mettono in campo quello che dovrebbe fare la politica, ovvero una discussione pubblica in cui dicono la loro insieme a noi a che diciamo la nostra. Con i nostri spettacoli, insomma, cerchiamo di creare dei momenti in cui tutto questo assuma valore e, se siamo pure bravi, diventi memoria.Lunedì sera infatti, dopo “Il muro”, gli attori della Compagnia dei rifugiati e il pubblico si sono incontrati per scambiarsi pareri ed impressioni. Questi confronti a fine spettacolo sono per voi una consuetudine?Stiamo cercando di farli diventare un appuntamento fisso. Dov’è possibile bisogna inventarsele tutte perché lo spettacolo non sia solamente un prodotto al termine del quale ognuno mette una crocetta per dire “mi sono divertito” o “non mi sono divertito” e dopo 5 minuti pensa già ad andare a mangiare la pizza. Il tentativo che si crei un confronto o che comunque questa esperienza assuma almeno un po’ di senso sgangherando il rituale teatrale a nostro avviso va fatto.E dopo le serate de "La scena dell’incontro" quali sono i vostri progetti?Per quanto mi riguarda, il prossimo appuntamento è la partecipazione ad un laboratorio che si terrà in Bolivia con gli operatori di un carcere minorile. E’ un&
rsquo;attività che avviene lontano dall’Italia, ma che poi avrà una ricaduta anche nel nostro territorio. Dopo essere andati là, sfrutteremo questa esperienza provando a far studiare gli operatori qui da noi o prendendola come spunto per nuovi spettacoli. Vogliamo insomma creare un ciclo di ritorni, e non di separazioni.

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