Agli sgoccioli l’acqua del sindaco


20 GEN. 2010 – Pubblico o privato, chi fa acqua? Il dibattito da anni va avanti in Italia. Con esperti e semplici cittadini a chiedersi se il servizio idrico sia migliore se preso in carico da enti locali oppure se affidato a società esterne. A scansare ogni dubbio ci ha pensato il governo italiano con il decreto Ronchi, un provvedimento che riforma radicalmente i servizi pubblici locali mettendo la parola fine alle società per azioni totalmente pubbliche e a quelle miste con pacchetto di maggioranza in mano agli enti locali. Nel giro di un paio di anni tutte le società che gestiscono l’acqua andranno in mano ai privati e la quota di partecipazione pubblica non potrà superare la soglia del 30%. Non ci sarà più motivo, dunque, di chiedersi se l’acqua distribuita da società miste, ma con quota pubblica maggiore del 51%, si può chiamare ugualmente "acqua del sindaco". Ciò che uscirà dai rubinetti sarà l’acqua del mercato, sulla cui tariffa decideranno industriali, multinazionali e gruppi finanziari. Il controllo da parte dei sindaci sarà molto debole. Da un certo punto di vista per loro sarà come essere sollevati da un faticoso carico di lavoro. Che consiste nel tutelare i cittadini-utenti (e il loro portafogli) e al contempo portare a casa qualcosa attraverso la rendita delle azioni possedute dal Comune.La nuova normativa, nonostante l’importanza dei cambiamenti che impone su un bene indispensabile come l’acqua, non ha avuto un’approfondita discussione in Parlamento, anche perché è stata blindata dal voto di fiducia. Un caso che conferma come ultimamente il potere legislativo stia passando dalla sua sede naturale all’esecutivo. E un esempio di come si possono interpretare in malafede i dettami dell’Unione Europea. Il decreto Ronchi, infatti, attua obblighi comunitari "in materia di servizi pubblici di rilevanza economica", ma l’Europa non ha mai imposto né gare né limiti alle partecipazioni pubbliche. Anzi, si è sempre espressa per l’indifferenza degli assetti proprietari, considerando un vantaggio per gli enti locali la possibilità di scegliere tra una molteplicità di modelli (l’in house, l’impresa mista, o la gestione affidata tramite gara a scadenza).Contro il decreto Ronchi il partito dell’Italia dei Valori ha presentato la richiesta di un referendum. Il Pd invece si trova ancora a fare chiarezza sull’argomento visto che una parte dei suoi senatori ha votato a favore del provvedimento. In Emilia-Romagna un referendum in materia di privatizzazione di società di servizi pubblici si è già tenuto. Nel settembre del 2008 i cittadini di Carpi sono stati chiamati a dare il loro parere sulla decisione del Comune di cedere a un partner privato buona parte delle proprie quote di Aimag, la locale multiutility. In quel caso gli esponenti locali del Pd e dell’Italia dei Valori erano tutti a favore della decisione della giunta. Per mettere a posto il bilancio comunale gli amministratori avranno pensato, fra sé e sé, che si trattasse di un’operazione sempre meno invasiva dell’affidarsi a prodotti finanziari derivati. Pazienza se in quel modo si sarebbe svenduto il risultato di una storia quasi secolare di sana gestione pubblica. Al referendum vinsero i contrari alla cessione del pacchetto di azioni, ma il quorum fu molto lontano dall’essere raggiunto. Votò soltanto il 21 per cento dei carpigiani. Le quote di Aimag sono poi state acquistate da Hera attraverso un bando di vendita al miglior offerente davanti al quale il colosso bolognese si è presentato da solo.Intanto lunedì scorso a Piacenza, Parma e Reggio Emilia, hanno scioperato i 2400 dipendenti di Enìa, l’altra grande multiutility della regione. Ce l’hanno col gruppo perché si sentono poco, anzi per niente, interpellati. E perché non hanno nessuna informazione riguardo al futuro della società, impegnata in un progetto di fusione con il gruppo ligure-piemontese Iride. Tanto meno i lavoratori riescono a intuire quale strada prenderà Enìa in seguito alle nuove disposizioni privatizzanti. Ma a preoccuparli prima di tutto sono le condizioni di lavoro. Già ora denunciano l’eccessivo ricorso da parte della società agli appalti e a contratti di lavoro precari. Pratiche che un domani potranno solo aumentare, quando la proprietà sarà ancora più soggetta agli influssi borsistici. Perché la parola efficienza, per le grandi aggregazioni e per gli azionisti privati, vuol dire tagliare posti di lavoro. Un film già visto col processo di espansione di Hera che ha portato alla chiusura di diversi laboratori delle acque, com’è successo a Ferrara.Per arginare l’ondata di privatizzazioni, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha indicato una strada che parte dal basso. Sempre più comitati locali stanno spingendo i comuni a dichiarare nei loro statuti l’acqua un bene privo di rilevanza economica. Un modo per scavalcare le ultime normative, che riguardano appunto "servizi pubblici di rilevanza economica". Ferrara, Fiorano Modenese, Cavriago (la lista aumenta di giorno in giorno), hanno già risposto in maniera positiva, approvando ordini del giorno che impegnano il comune a mettere nero su bianco tale riconoscimento. Ma la modifica più grossa fra qualche mese la subiranno gli statuti societari delle multiutility aprendo le frontiere alla partecipazione del privato. Quale statuto la spunterà?

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