Addio al genio Pirella


24 MAR. 2010 – "La pubblicità è l’anima del commercio, ma quando muore un pubblicitario la sua anima dove va?". "Emanuele Pirella è vivo e scrive qui con noi". Sono alcuni dei commenti che si leggono su Twitter. A scriverli sono giovani copywriter oppure semplici appassionati al mondo della comunicazione. Tralasciando l’impossibilità di stabilire dove va l’anima di una persona quando scompare, di sicuro lo spirito di Emanuele Pirella resterà vivo ancora per tanti anni. Non solo nell’agenzia pubblicitaria e nella scuola dedicata al settore da lui fondate, la Lowe Pirella Fronzoni e l’omonima "Scuola di Emanuele Pirella", ma anche nelle teste degli italiani, nelle quali in maniera indelebile sono entrati tanti degli slogan che portano la firma di Pirella. Come "Morbido, è nuovo? No lavato con Perlana", o "Chichita, la banana 10 e lode", oppure ancora, "Amaro Montenegro, sapore vero". Alcuni suoi slogan, poi, sono divenuti frasi fatte nel linguaggio comune, è il caso di "O così o Pomì".Emanuele Pirella era un’artista del copywriting, ovvero quell’attività che consiste nello scrivere, come spiega il disegnatore satirico Stefano Disegni nel suo ricordo affettivo dedicato al pubblicitario scomparso, "un sacco di cazzate per convincere la gente a comprare roba, ma bisogna saperle scrivere, certe cazzate, mica è facile." Per generazioni di aspiranti pubblicitari e affermati professionisti del settore, Pirella è stato un guru, un faro da seguire, e continuerà ad esserlo. Ed è stato un maestro anche per i cultori della satira. A lui si devono le strip satiriche della rivista Linus, scritte a quattro mani con Tullio Pericoli.Irriducibile milanese, in pochi sanno che le sue origini sono emiliane. Era nato a Reggio Emilia nel 1940. Si trasferì a Milano dopo gli studi alla Facoltà di Lettere Moderne a Bologna. Il suo progetto dopo la laurea era di intrufolarsi in una casa editrice o in un’agenzia di pubblicità. Cosa che avvenne nel 1965, quando iniziò a lavorare per la Cpv. Da lì fu tutto un crescendo di carriera, fino alla fondazione, con altri soci, dell’agenzia Pirella Gottsche, divenuta poi Lowe Pirella. Secondo Pirella l’agenzia pubblicitaria, anche quella più grande e prestigiosa, doveva restare "una bottega in cui si pratica e si insegna un’arte, in cui la creatività si trasmette insegnando l’ubbidienza: si fa fare qualcosa, poi qualcosa di più grande e di più grande ancora, fin quando un pubblicitario non esce da una bottega per fondarne un’altra e diventare grande a sua volta".

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