Addio a Giovanni Jervis, utopista critico


3 AGO 2009 – Con Giovanni Jervis se ne va uno dei protagonisti della psichiatria italiana. Stretto collaboratore di Basaglia con cui lavorò a Gorizia dal 1966 al ’69, Jervis è stata una delle personalità più convinte della necessità di eliminare i manicomi. Di cruciale importanza nella consolidazione delle sue critiche all’ospedalizzazione coatta dei matti, è stata la sua esperienza a Reggio Emilia. Nella città del San Lazzaro, uno dei manicomi più grandi d’Europa, Giovanni Jarvis per otto anni ha ricoperto infatti la carica di direttore dei Servizi psichiatrici territoriali. Mansione che ha svolto fino al 1977, una anno prima, cioè, dell’introduzione della legge 180 detta Basaglia. In quegli anni di forte fermento, sia politico che scientifico, Jervis dà vita all’esperienza dei Centri di igiene mentale, il passo intermedio per arrivare al superamento dei manicomi. “Giovanni Jervis nella sua ferma determinazione di abbattere il manicomio, era tuttavia insoddisfatto” spiega in una lettera Alessandro Carri presidente del Centro di Documentazione di Storia della Psichiatria del San Lazzaro. Negli anni in cui Jervis era a Reggio, Carri era consigliere di amministrazione delle strutture psichiatriche della città. “Aveva dato luogo con la Provincia ai centri di igiene mentale – continua Carri – e cercò in ogni modo di impegnare il territorio creando le condizioni migliori di assistenza, ma pretendeva dal San Lazzaro più risolutezza e mi accusava (ci accusava) di razionalizzazione, che teneva e legittimava una parte sia pur minima del manicomio. Lo scontro fu violentissimo e l’attacco, con l’occupazione di una parte del San Lazzaro, fu esercitato senza sconti di alcun genere”, scrive Carri nel suo ricordo.Sempre critico su tutto, Giovanni Jervis fu discorde anche col modo in cui la legge 180 veniva attuata in Italia. Nel libro “Dove va la psichiatria” denuncia il “dilagare degli psicofarmaci” e degli ospedali privati, “sovvenzionati e non migliori di quelli pubblici” e le “migliaia di persone abbandonate a se stesse”.Nonostante ciò vale la pena ricordare il riconoscimento dato nel 2003 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità alla chiusura dei manicomi, definita come “uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale”. Ma vale la pena anche ricordare che non si trattò tanto di rivoluzione quanto di utopia. L’obiettivo finale di Jervis, come quello di Basaglia, non era infatti chiudere i manicomi ma aprire la società ai matti. La soppressione di quelle strutture d’oppressione doveva segnare l’inizio di una fase in cui la società poteva fare i conti con i diversi disagi che si porta inesorabilmente appresso. Vale a dire la miseria, l’indigenza, la tossicodipendenza, l’emarginazione e persino la delinquenza. Tutti aspetti parenti stretti del mondo della follia. Questa presa di coscienza da parte della società dei propri lati meno nobili è ancora lontana da venire, ma si sa, i tempi dell’utopia sono molto lunghi, ben al di là di quelli di una rivoluzione.

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