Acquacoltura, le imprese aumentano ma resta alto l’import


L’acquacoltura consiste nell’allevamento di animali e piante acquatici, in acque dolci, salmastre o marine. In Italia si allevano soprattutto tre specie di pesci (trote, spigole e orate) e molluschi (mitili e vongole veraci) che nell’insieme rappresentano (2013) poco meno del 98% della produzione.
Nel periodo 2002-2013 si evidenziano sensibili flessioni della quota di produzione di mitili e vongole (-10 punti percentuali) e un incremento soprattutto della
produzione di trote (+7 punti percentuali).
Le aziende che svolgono attività di acquacoltura (vivai, incubatoi, laghetti di pesca sportiva, moltiplicazione di riproduttori, ingrasso per il consumo finale) sono in costante crescita. Nel 2017 hanno superato le 3000 unità, con un incremento di circa il 60% rispetto al 2012. L’incremento più rilevante, sia pure per ridotti valori assoluti, si è registrato negli allevamenti di crostacei, pressoché triplicati.
La regione con il maggior numero di impianti di acquacoltura, è il Veneto (829); seguono, notevolmente distanziate, l’Emilia Romagna (469) e il Piemonte (367). Fra le Regioni meridionali, superano i cento impianti solo Puglia (131) e Campania (123). Gli allevamenti finalizzati all’ingrasso per il consumo finale sono 1.346, con netta prevalenza in Veneto (617) e poi in Puglia (126), Emilia Romagna (118) e Friuli Venezia Giulia (104).
Nel 2014 e nel 2015, la produzione complessiva dell’acquacoltura italiana si è attestata intorno a 149 mila tonnellate, con una flessione di circa il 3% rispetto al 2010. La produzione di pesci è diminuita del 7,7%, quella di molluschi è rimasta pressoché invariata (-0,7%), i crostacei hanno segnato -38,5% ma per volumi assoluti molto ridotti.
Circa il 70% della produzione complessiva dell’acquacoltura proviene da quattro regioni: Emilia Romagna (42,3 migliaia di tonnellate nel 2014), Veneto (31,2), Friuli Venezia Giulia (17,4) e Puglia (11,6). La più elevata produzione di pesci si realizza in Friuli Venezia Giulia (13,5 migliaia di tonnellate), seguita dal Veneto (5,4) e dalla Lombardia (4,3); nella produzione di molluschi, prevale l’Emilia Romagna (41,9 migliaia di tonnellate) seguita da Veneto (25,8) e Puglia (10,6). La produzione di crostacei, peraltro limitata a 15-16 tonnellate, interessa solo 4 regioni, con Umbria e Puglia a quota sei tonnellate ciascuna, e Veneto ed Emilia Romagna al disotto delle due tonnellate.
L’Italia, nel periodo 2010-2013, ha importato prodotti dell’acquacoltura per quantitativi crescenti dalle 104,7 (2010) alle 112,4 (2013) migliaia di tonnellate, a fronte di una produzione decrescente dalle 153,6 (2010) alle 140,8 (2013) migliaia di tonnellate. Il grado di autoapprovvigionamento di settore, strutturalmente deficitario, ha segnato il miglior risultato nel 2011 con il 65,8% (quando la produzione ha segnato il massimo di 164,5 migliaia di tonnellate), per poi scendere al 59,9% nel 2012 (quando la produzione ha segnato il minimo di 137,2 migliaia di tonnellate), cui è seguita una lieve ripresa nel 2013 (61,8%).
“In un quadro mondiale – spiega Confagricoltura in occasione della presentazione dei dati – di forte crescita della produzione dell’acquacoltura (+629% in volume nel 2015 rispetto al 1990), l’Europa segna gli incrementi più contenuti (+285%). L’Italia presenta andamenti dei volumi produttivi sensibilmente contrastati (154 mila tonnellate nel 1990, 217 mila nel 2000, 149 mila nel 2015) rappresentando comunque quote notevolmente decrescenti della produzione mondiale e continentale (nel 1990 l’1,26%, nel 2015 lo 0,25%). Considerando che nel nostro paese le aziende che svolgono attività di acquacoltura sono in costante crescita (+59,6% a luglio 2017 rispetto al 2012), mentre la produzione, pur con alti e bassi, resta sostanzialmente invariata, si evidenzia la notevole instabilità del settore (peraltro confermata nelle premesse del vigente Piano strategico per l’acquacoltura in Italia 2014-2020 elaborato dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali. Il grado di autoapprovvigionamento nazionale del settore è strutturalmente basso e risente delle fluttuazioni della produzione e dell’incremento della domanda interna, attestandosi attualmente intorno al 60%. Ciò significa che importiamo (soprattutto pesci) per circa il 40% del fabbisogno nazionale (circa 110 mila tonnellate), a fronte di esportazioni che negli ultimi anni variano fra le 20 e le 25 mila tonnellate”.

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