Acqua regalata


22 MAR. 2010 – C’è acqua che presto sarà del tutto rubata e acqua che da tempo è praticamente regalata. La prima è quella degli acquedotti, l’oro blu che il decreto Ronchi approvato dal Parlamento lo scorso novembre privatizzerà del tutto imponendo agli enti locali la messa a gara del servizio idrico. La seconda è l’acqua delle sorgenti che viene imbottigliata e venduta da aziende che pagano un prezzo ridicolo per il canone d’estrazione.Contro il decreto "ruba acqua" sabato a Roma sono scesi in piazza più di 200 mila manifestanti. Per rivendicare una gestione che deve rimanere in mano pubblica e per ricordare la proposta di legge di iniziativa elettorale che dal 2007 giace in un cassetto del Senato. Un testo che, in sostanza, inquadra l’acqua come un bene privo di rilevanza economica, ponendola così fuori dalle logiche di mercato. Di incredibili, per quanto irrisori, prezzi di mercato si è parlato oggi a Roma alla presentazione de "Il far west dei canoni di concessione sulle acque minerali". Un dossier con cui Legambiente e la rivista Altreconomia denunciano le imbarazzanti tariffe pagate alle Regioni italiane dalle società imbottigliatrici di acqua minerale. Prodotto di cui gli italiani sono grandi consumatori, con un consumo pro capite che nel 2008 è stato di 194 litri, più del doppio della media europea (80 litri).In mancanza di una legge nazionale che fissi gli importi dei canoni di concessione per l’imbottigliamento delle acque minerali, succede che ogni Regione decide per conto proprio. In realtà, da seguire, ci sarebbero delle linee guida nazionali approvate nel 2006, ma che vengono applicate soltanto in cinque regioni. Due di queste, Veneto e Lazio, che hanno previsto i canoni più alti consentiti loro dalla legge, sono quelle promosse da Legambiente. Tra le regioni bocciate l’Emilia-Romagna, in cui la normativa in vigore in materia è una legge regionale del 1988 che impone a chi estrae acqua il pagamento di 50 euro per ettaro di superficie concessa. Proprio il criterio che si basa sulla porzione di suolo occupata dal concessionario è, secondo Legambiente, il meno redditizio per le regioni e, allo stesso tempo, il più a buon mercato per chi imbottiglia che può considerare il canone un costo fisso. Secondo l’associazione, il ‘business dell’oro blu in bottiglia’ continua ad essere insostenibile dal punto di vista economico e ambientale. "Le Regioni – aggiunge – incassano dalle aziende cifre irrisorie e insufficienti a ricoprire anche solo le spese sostenute per la gestione amministrativa delle concessioni o per i controlli, senza considerare le spese di smaltimento del 65% delle bottiglie in plastica che sfuggono al riciclaggio".Legambiente ricorda che l’imbottigliamento di 12,5 miliardi di litri di acqua (la quantità di ‘minerale’ estratta nel 2008) comporta l’uso di 365 mila tonnellate di Pet, un consumo di 693 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di 950 mila tonnellate di CO2, senza contare l’inquinamento da trasporto (per l’82% su tir). "Anche aumentando a 2,5 euro il canone per metro cubo di acqua – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – le aziende imbottigliatrici non subirebbero nessun salasso, considerando che la spesa totale annua ammonterebbe a circa 31 milioni di euro, mentre le casse regionali ne trarrebbero sicuramente giovamento". Legambiente e Altreconomia chiedono quindi a tutte le Regioni inadempienti di adeguarsi ai canoni previsti dalle linee guida nazionali.

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