Acqua, il privato è servito


REGGIO EMILIA, 13 NOV. 2009 – Va a ruba l’acqua del sindaco. E non stiamo parlando di quella che sgorga dai distributori di Enia presi d’assalto la scorsa estate da cittadini armati di bottiglie da riempire. A fare gola è il controllo sulla gestione idrica. Il Governo vuole servirlo su un piatto d’argento ai privati, ovvero alle multinazionali, alle finanziarie, alle banche. Così ha inserito in un decreto legge (il D.L. n. 135) un articolo che vuole snellire al 30% la quota di proprietà che può essere detenuta dagli enti pubblici. Una cura dimagrante che è già passata al Senato e che lunedì aspetta solo il via libera dalla Camera. “Quanto si profila mi preoccupa, non si può garantire che i privati siano tutte brave persone. Gli investitori in arrivo non sono mica associazioni di volontariato, vogliono il loro tornaconto”. A non stare tranquilla per lo scenario che si apre è Liana Barbati, vicesindaco di Reggio Emilia e esponente dell’Italia dei Valori. E’ lei a ricordarci come nel disegno del Governo ci sia anche la messa in vendita delle reti idriche. “In pratica al pubblico non rimarrebbe in mano niente. Mentre se ora facciamo l’esempio di Reggio Emilia, con tutti i difetti che può avere il rapporto tra il Comune ed Enia, più del 50% della proprietà è delle amministrazioni comunali, alle quali appartengono anche le reti”.Meno preoccupati di Liana Barbati sembrano essere i suoi alleati del Pd. Buona parte dei senatori del partito che ha da poco eletto Bersani segretario ha infatti votato a favore del decreto 135. “Il Pd ha votato insieme al Pdl un testo che consegna la gestione dell’acqua alle multinazionali dando così una risorsa fondamentale in mano a soggetti estranei agli interessi locali”, spiega la Barbati. La fiducia che le forze di opposizione cambino direzione però resta. “Spero in Bersani, ma soprattutto confido nel fatto che tutte le amministrazioni locali, soprattutto quelle rette dal centro sinistra, prendano atto della situazione e comincino a ragionare sul da farsi”.Per ora la voce più grossa l’ha fatta la Puglia, annunciando il ricorso alla Corte costituzionale contro il decreto legge 135. A mandare a rotoli il piano privatizzatore dell’acqua potrebbe essere il conflitto di attribuzione sulla materia. Le decisioni sul servizio pubblico integrato sono infatti competenza delle Regioni. La Regione amministrata da Nichi Vendola si è inoltre impegnata per tramutare l’Agp (l’Acquedotto pugliese) da società per azioni a “soggetto giuridico di diritto pubblico”. Questo per sottolineare nei fatti, e non solo a parole, che l’acqua è un bene comune dell’umanità su cui non si può speculare.In Emilia Romagna gli unici due Comuni che per ora si sono avviati verso una bonifica della palude privatizzatrice sono Ferrara e Fiorano Modenese. Nei loro Consigli comunali è passato un ordine del giorno che impegna il Comune a inserire nel proprio statuto la dichiarazione che l’acqua è un bene privo di rilevanza economica. “La proposta è stata votata lo scorso aprile e in pratica ha fatto sì che il Comune aderisse al manifesto sull’acqua ovvero alla proposta di legge popolare firmata da 400 mila italiani e consegnata al Parlamento dal Forum dei movimenti per l’acqua”. A spiegarci la piccola rivoluzione avvenuta in terra emiliana è Marco Busani, assessore all’ambiente del Comune di Fiorano modenese.Anche lui, come la Barbati, è preoccupato per il decreto legge 135. “Stiamo cominciando in questo momento a modificare lo statuto del Comune, ma il cambiamento più grosso, se passa la legge, lo subirà lo statuto di Hera, che vale molto di più”. In tal caso, allora, si dovrà dire addio a tutti i buoni propositi. “Noi vorremmo escludere la possibilità di fare profitti con l’acqua. La nostra idea è di un servizio svincolato dalle regole del mercato e regolato invece dall’amministrazione pubblica”.

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