A Modena il Cie più caro


MODENA, 9 FEB. 2010 – Più vicini a carceri che a luoghi di accoglienza. Carenti dal punto di vista sanitario, sovraffollati, a volte privi di beni di prima necessità. E’ la fotografia dei centri per i migranti in funzione in Italia. A scattarla ci ha pensato Medici senza frontiere che una settimana fa ha presentato il rapporto "Al di là del muro". Un titolo che vuole sottolineare come sia difficile dall’esterno provare a descrivere la vita dentro strutture come i Cie (Centri di identificazione ed espulsione), i Cara (centri per i richiedenti asilo) e i Cda (centri di prima accoglienza). Edifici al cui interno la normalità è fatta di privazione dei diritti fondamentali di chi vi si trova ospitato. Quasi impossibile, per gli immigrati, ottenere un minimo di assistenza legale o di mediazione culturale. Complice di questo degrado e della mancanza di standard minimi di civiltà è, secondo il rapporto di Msf, l’insufficiente trasparenza con cui viene assegnata l’attività dei centri a singoli enti o cooperative. "Si tratta di un aspetto che ci preoccupa – si legge nella presentazione del rapporto – l’ente gestore risponde soltanto al prefetto, nessuno valuta la qualità dei servizi in assenza di standard e criteri omogenei".A questo modus operandi non sfugge il Cie di Modena, anch’esso tra i 21 centri passati al vaglio dei Medici senza Frontiere. Anche la Prefettura di Modena, come tutte le altre interpellate dall’associazione, a parte quella di Crotone, si è rifiutata di far conoscere il testo della convenzione con gli enti gestori del Cie. A ricordare questo lato oscuro della struttura modenese è la Cgil Emilia-Romagna che in una nota sottolinea anche un’altra caratteristica che salta subito all’occhio, il fatto che quello di Modena sia il centro più caro d’Italia. "75 euro pro capite al giorno, contro i 50 euro della media nazionale (+50% sulla media)", scrive Franco Zavatti del dipartimento sicurezza e contrattazione, citando i numeri del rapporto "Al di là del muro".Dal rapporto emergono molte carenze che non giustificherebbero, secondo il sindacalista, i costi elevati del budget giornaliero per immigrato messo a disposizione dalla convenzione con l’Ente gestore della struttura. A parte i rilievi positivi della bassa presenza di ex detenuti tra la popolazione del Cie (10% contro la media nazionale del 43%) e del servizio di mediazione culturale e sostegno psicologico (definito ‘molto ben strutturato’), il rapporto elenca parecchie criticità. In primis, solo il 45% degli ‘ospiti’ del Cie viene poi effettivamente rimpatriato. "Il resto torna libero nel territorio-modenese o altro – osserva Zavatti – con l’unica alternativa di un ulteriore soggiorno irregolare e, se identificato nuovamente, di essere poi recluso in carcere". Inoltre nel centro "si riscontra a volte un clima di tensione che sfocia in scontri fra trattenuti o in atti di autolesionismo". E desta perplessità la prassi adottata dal gestore di ritirare, ai nuovi arrivati, orologi e cellulari. All’interno non sono garantite attività ricreative, servizi di orientamento e informazione legale gratuiti, escluse le donne vittime di tratta. Non sempre soddisfacente – sempre secondo il rapporto – è il livello di pulizia. Infine, nonostante il buon livello dell’assistenza sanitaria, il centro non si è dotato di un protocollo clinico per la diagnosi e il trattamento di malattie infettive ed epatiti.Da qui la conclusione del sindacalista: "Come mai, considerati i dati di apprezzamento, ma anche le carenze, il Cie di Modena costa tanto? Naturalmente sarebbe utile, a integrazione dell’accesso ai dati impedito a Medici senza frontiere, poter conoscere nel dettaglio le motivazioni alla base dei costi gestionali così palesemente fuori media che gravano sul Cie modenese".

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