A Modena Dupuy e l’arte di sopravvivere alle catastrofi


MODENA, 18 SET. 2010 – Entro due, tre anni al massimo avremo la creazione sintetica della vita da una materia che non ha vita, la nascita della prima cellula con dna e metabolismo artificiale. Lo annuncia dal FestivalFilosofia Jean-Pierre Dupuy, docente di filosofia politico-sociale al Politecnico di Parigi e studioso, tra l’altro, di nanotecnologie e del loro incrocio con la biotecnologia. Questo per spiegare che "a quel punto avremo superato un confine storico dell’umanità e non avremo strumenti di giudizio e etici per darne una valutazione. Dovremo crearne di nuovi, buoni per quella diversa realtà e prospettive che ci si apriranno". La previsione del futuro e dei cambiamenti sostanziali che questo porta con sé è, in fondo, l’argomento, il tema di quella teoria delle catastrofi di cui Dupuy è un moderno e singolare rappresentante, certo che se riusciremo a prevederle e rappresentarcele in maniera sufficientemente negativa, ma assieme credibile, allora riusciremo a innescare reazioni preventive che possano scongiurarle o modificarne le conseguenze. Lui, consulente del governo americano, sostiene che, per fare solo un esempio, il fallimento del vertice di Copenhagen sul clima si debba proprio al fatto che le previsioni presentate in quell’occasione non fossero abbastanza credibili, "come troppo spesso accade ancora oggi, facendo di chi elabora quelle previsioni solo allarmistiche dei profeti di sventura, invece che dei buoni profeti, legati a quello che oggi si chiama catastrofismo illuminato". Quando il mito dell’apprendista stregone avrà mutato prospettiva, e non sarà più colui che realizza per caso qualcosa che gli sfugge dalle mani, ma chi crea volontariamente qualcosa di imprevedibile e stupefacente, allora, per cercare di comprenderne le conseguenze, dovremo, sottolinea Dupuy, "dotarci di quella che chiamiamo un’etica del futuro, che non vuol dire relativa al domani, ma di salvaguardia del domani per il bene dell’uomo". Autore di saggi come, appunto, Teoria del catastrofismo illuminato ("illuminato eguale a far luce, chiarezza ma anche legato a tutti i principi che l’idea illuminista porta con se") e Piccola metafisica degli tsunami, Dupuy sintetizza col motto che "essere catastrofisti oggi è essere razionali, ovvero lavorare per accettare, capire e cercar di prevenire quei capovolgimenti che sfuggono al nostro potere e riguardano vari settori, dalla natura alla tecnica, dalla finanza alla scienza, ma "che finiscono per formare un sistema e non vanno considerati singolarmente, perché appunto complessi e comprendenti vari aspetti, tanto che, ormai, la distinzione tra catastrofe storica-morale e catastrofe naturale va scomparendo nei fatti, oggettivamente". La sua metafisica degli tsunami ricorda infatti come, nel giappone postbellico, i sopravvissuti alla bomba si riferissero all’evento con la parola tsunami e come, quello che un tempo era l’Olocausto, ovvero il Sacrificio, sia oggi la shoah, ovvero una catastrofe in senso naturale. Questo perché si tratta di catastrofi complesse, che cominciano, come spesso accade, con una guerra. E’ lo stesso oggi per le migrazioni ("non quelle di poche migliaia di persone, davanti alle quali, su cosa fare, sono sicuri solo Sarkozy e Berlusconi"), quelle che arriveranno, di milioni di persone che lasciano un territorio, magari dopo che tutto è cominciato per questioni etniche, il tutto collegato a carenza di cibo, a processi di desertificazione e così via. Il buon profeta, in questo contesto, è colui che riesce a influenzare gli avvenimenti che prevede, mettendo in moto una reazione preventiva, facendo guardare alla catastrofe come fosse già avvenuta, quindi analizzabile, comprensibile, affrontabile.

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