A Bologna la “rivolta” degli infermieri


15 LUG 2009 – E’ un po’ paradossale quello che è successo domenica scorsa, con molta discrezione, all’interno dell’ospedale Maggiore di Bologna. Una ventina di infermieri di Ortopedia B ha deciso di prender su armi e bagagli e di trasferire i pazienti nel reparto appena aperto al dodicesimo piano della nuova ala D. Motivazione: il timore che la struttura nuova fiammante fosse occupata da uno dei reparti di Medicina.Una “manovra” che ha costretto ad intervenire oggi anche l’assessore regionale alla sanità Giovanni Bissoni. Un giudizio, quello di Bissoni, assolutamente salomonico: “Andare in un reparto nuovo è auspicabile per tutti, per i lavoratori perché ci sono migliori condizioni di lavoro, e per i cittadini perché hanno una migliore accoglienza. Però chi va e come ci va – ha sottolineato l’assessore – deve avvenire assolutamente secondo un percorso di decisione aziendale che naturalmente implica anche il confronto con i professionisti. Ma bisogna rispettare le procedure e la vita interna dell’azienda”.Secondo alcuni commenti l’iniziativa ha comportato, all’insaputa dei dirigenti aziendali e degli stessi sindacati, anche il trasferimento dei pazienti con tutti i rischi che questo poteva comportare. Ora è risaputo che gli infermieri sono una delle categorie più bistrattate e meno valorizzate, e allo stesso tempo tra le più preziose, della sanità pubblica e privata. E’ diventata una barzelletta la battuta (seria) del solito Silvio Berlusconi che propose agli operai licenziati di andare a fare gli infermieri, “tanto tutti noi ci siamo occupati di un armadietto dei medicinali”. La solita ignoranza becera stavolta applicata a una categoria che spesso ha professionalità altissime (si pensi nella sola ortopedia alla complessità della mobilizzazione dei pazienti, e poi ad altri reparti come terapia d’urgenza e neonatologia).Il fatto che non ne fossero a conoscenza i sindacati, con tutto il rispetto, con la sicurezza dei pazienti ha proprio poco a che fare. Piuttosto ci sarebbe da chiedersi quali siano le condizioni di lavoro che in una struttura pubblica hanno spinto una categoria così “mite” ad un vero e proprio piccolo atto di rivolta.

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