25/1/2011Unindustria bologna- analisi sulla pressione fiscale


bologna 25 gennaio Nel 2009 più della metà delle imprese industriali bolognesi ha versato al fisco oltre il 50% del proprio utile ante-imposte. E, insieme a loro, sorprendentemente, ha pagato imposte anche quasi il 90% delle imprese in perdita! Sono i dati che emergono da una ricerca condotta da Unindustria Bologna, che ha preso in esame la pressione fiscale sulle imprese della provincia nel triennio 2007-2009.Già nel 2007 Unindustria aveva condotto un’indagine su un campione di circa 1000 imprese, esaminando i loro dati di bilancio 2006 e 2005, per rilevare la pressione fiscale effettiva su di esse: allora, il 73% del campione aveva presentato un’aliquota effettiva di pressione fiscale superiore al 50%.A distanza di tre anni, Unindustria ha voluto aggiornare l’indagine e verificare l’evoluzione della pressione fiscale sulle aziende bolognesi nel triennio 2007-2009, anche alla luce dei nuovi interventi di legislazione tributaria e alle mutate prospettive economiche (crisi del sistema economico mondiale, crescente affermarsi delle economie emergenti, ecc.).L’indagine è stata condotta su imprese industriali con la forma giuridica di società di capitale (Spa, Srl, Sapa), escludendo le microimprese e le forme societarie che fruiscono di regime di tassazione agevolati o particolari: un campione di 957 imprese.L’indagine si è concentrata in prima battuta sulle sole imprese del campione che nel triennio 2007-2009 hanno evidenziato un risultato economico positivo, cioè un risultato ante-imposte maggiore di zero: un dato, quest’ultimo, che nel biennio 2008–2009 è diminuito in maniera significativa.Il campione delle imprese costantemente in utile nel triennio 2007-2009 si è così ridotto a 552 imprese, di cui: 3% grandi imprese (con oltre 250 occupati, e un fatturato annuo di oltre 50 milioni di euro); 59% medie imprese (tra 50 e 250 occupati, fatturato annuo non superiore a 50 milioni); 38% piccole imprese (meno di 50 occupati, fatturato annuo entro i 10 milioni di euro).Come nel 2007, per ciascuna di esse sono state esaminate le voci relative alle imposte, agli utili, ai ricavi, ai costi, ed al numero di dipendenti mediante la consultazione dei relativi fascicoli di bilancio e delle note integrative.Prendendo come indicatore il rapporto tra l’ammontare delle imposte e l’utile ante-imposte, nell’anno 2009 il 55% delle imprese esaminate ha subito una pressione fiscale maggiore del 50%: dunque superiore di quasi venti punti al tax rate nominale pari al 31,4% (27,5% IRES + 3,9% IRAP)! (grafico 1)Il dato rappresenta un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni. Infatti, dal 2007 la percentuale di aziende con una pressione fiscale maggiore del 50% era diminuita in maniera significativa (57% nel 2007, contro il 73% del 2006 e il 69% del 2005). Il minimo del quinquennio si era toccato nel 2008, quando solo il 48% del campione aveva pagato più del 50%. (grafico 2)Peraltro, la pressione fiscale incide in maniera decisamente differente a seconda della dimensione delle aziende. A subire nel 2009 una pressione fiscale superiore al 50%, infatti, sono: (grafico 3)− solo il 31% delle Grandi imprese;− il 53% delle medie imprese;− il 58% delle piccole imprese.Inoltre, poiché nel sistema fiscale italiano le società in perdita, nonostante i risultati economici negativi, pagano imposte e contribuiscono al gettito dello Stato (e poichè nel periodo 2008–2009 tali società in perdita sono aumentate notevolmente), l’indagine ha voluto individuare anche quante tra esse siano state soggette a pressione fiscale in termini di imposte correnti.Il dato è sconcertante. Nel 2007 e nel 2008 rispettivamente il 70% ed il 79% delle società in perdita ha pagato imposte. Nel 2009 la percentuale ha riguardato addirittura l’88% delle imprese In perdita! (grafico 4 – RAI = risultato ante imposte inferiore a zero)Il minimo che si può dire, in questo caso, è che siamo di fronte ad un forte effetto distorsivo del sistema tributario italiano, che sottopone sempre più a tassazione imprese che presentano una situazione economica di bilancio negativa.Anche in conseguenza di quest’ultimo dato, l’indagine ha voluto indagare il livello della pressione fiscale anche aggregando i risultati economici delle circa mille imprese del campione. In sostanza, le 1000 imprese sono state considerate come “un’unica grande impresa”, con un unico utile ante-imposte aggregato e sommando algebricamente utili e perdite.Ebbene, nel 2009 le imprese analizzate hanno pagato per imposte correnti più del loro stesso utile ante-imposte!La ragione principale? Nell’anno più pesante della crisi tale utile si è notevolmente ridotto, ma la base imponibile dell’IRAP è diminuita molto meno, perché una sua quota consistente è praticamente fissa (il costo del personale che non varia).Dai risultati dell’indagine (grafico 5), emerge chiaramente che la riduzione del reddito complessivo delle imprese nel biennio 2008-2009 ha lasciato sostanzialmente invariato il gettito delle imposte. Di conseguenza, nel 2009 la pressione fiscale complessiva sulle imprese esaminate è cresciuta sino a erodere l’intero utile ante-imposte: effetto indotto dall’IRAP, appunto, che delle imprese tassa soprattutto i costi (costi del personale, oneri finanziari, svalutazioni e perdite su crediti, ecc.) e pertanto rimane sostanzialmente “insensibile” al peggioramento delle loro performances reddituali.In altre parole, tanto più il livello di redditività delle imprese (risultato ante-imposte) si riduce, tanto più la pressione fiscale aumenta.I dati, in definitiva, evidenziano che la pressione fiscale misurata sull’utile di bilancio supera notevolmente la pressione fiscale “ufficiale”, che dovrebbe essere del 31,4% (ovvero, la somma delle aliquote legali di IRES, 27,5%, e IRAP, 3,9%).“Dall’indagine emergono alcuni elementi chiari.” afferma Maurizio Marchesini, Presidente di Unindustria Bologna “Da un lato, la pressione fiscale è inversamente proporzionale alla dimensione dell’impresa: più l’impresa è grande, meno si aspetta di subire una pressione fiscale elevata. Ed è inversamente proporzionale anche alla redditività dell’impresa: più l’impresa è ‘redditiva’, minore è l’aspettativa di subire una pressione fiscale elevata; il che paradossalmente, in questo periodo di crisi, ha prodotto e produce un effetto perverso e dannoso proprio su chi è in difficoltà. Ma il dato più sbalorditivo è che anche le società in perdita pagano le imposte, per effetto soprattutto dell’IRAP che tassa oltre al reddito anche i costi dell’impresa”.“Siamo di fronte, per molti aspetti, ad un sistema fiscale decisamente vessatorio.” aggiunge Marchesini “La politica fiscale potrebbe costituire uno degli elementi fondamentali di una politica di crescita delle imprese e, più in generale, di sviluppo economico del Paese. Ma quali strategie di sviluppo e di investimenti possono perseguire imprese che versano all’erario oltre il 50%? E pensiamo di poter attrarre investimenti dall’estero a queste condizioni?”.“E’ nostra intenzione” sottolinea Marchesini “mettere al più presto a disposizione di Confindustria i risultati di questa indagine. Riteniamo che essi possano costituire una significativa base di discussione, in tutte le sedi istituzionali, per giungere ad una diversa politica fiscale che possa essere una leva, e non un ostacolo, alla crescita delle imprese ed allo sviluppo del Paese. Nella speranza, peraltro, che il federalismo fiscale possa costituire un reale correttivo a distorsioni che le imprese non sono certamente più in grado di sostenere”.

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